Viaggio al centro della salute mentale

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Parliamo, pensiamo e scriviamo bene di disagio psichico? Cosa è, quanto pesano le parole sui disturbi della mente e come prevenirli. Un viaggio all’interno di un mondo fatte di tante ombre e poche luci.

“L’uomo ha agito in preda alla follia”. “Depressa, strangola il figlio di quattro anni”. “Il ragazzo colpevole dell’omicidio era affetto da comportamento bipolare”. Sono tutti titoli che non sconvolgono più di tanto. Perché? Semplice: ne siamo perfettamente abituati. D’altronde le parole della salute mentale sono ideali sui giornali per creare quel sensazionalismo a cui tanto si aspira, capaci di innescare numeri altissimi di letture e condivisioni. Così come trovano agevolmente spazio nella cinematografia: basti pensare a film cult come “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, “Il silenzio degli innocenti”, “Ragazze interrotte”, il recentissimo ͞La pazza gioia͟. Eppure bisogna avere cautela. Sembra ovvio, ma va ricordato: le parole, tutte le parole, vanno messe in fila con estrema cura, a maggior ragione quando si ha a che fare con quelle che riguardano la salute e quando la comunicazione è da uno a molti, altrimenti il costo da pagare è salatissimo. Malattie come schizofrenia e depressione sono disturbi gravi e invalidanti e se citate impropriamente, aumenta il pesa dello stigma sulle persone colpite. Un peso che, inevitabilmente, peggiora il quadro trascinando conseguenze sia nella loro vita che in quella delle loro famiglie. Un fenomeno sommerso che fuoriesce a fatica, poco e male, anche per via del pregiudizio esistente. I dati parlano chiaramente: la prevalenza di disturbi mentali stimata nell’Unione Europea è del 38,2%, che corrisponde, a conti fatti, a 164,8 milioni di persone affette all’anno. Per un totale del 26,6% della disabilità totale.

Malattia mentale, quale definizione?

La definizione di disturbo mentale non è stata cosa semplice nemmeno per gli specialisti. Nel DSM 5 (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) si legge: ͞Nessuna definizione specifica adeguatamente i confini precisi del concetto di disturbo mentale. Questo concetto, come molti altri in medicina e nelle scienze, manca di una definizione operativa coerente che copra tutte le situazioni”. Una definizione, alla fine, nell’ultimo manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, c’è, ma il travaglio dietro esplicitato la dice lunga sulla complessità della materia. In conclusione, dovendo incastrare in un’etichetta un disturbo mentale, questo si definisce come una “sindrome caratterizzata da sintomi di rilevanza clinica nel sistema cognitivo, nella regolazione emozionale o nel comportamento di un soggetto che riflettano una disfunzione nei processi psicologici, biologici ed evolutivi sottostanti il funzionamento mentale”.

Secondo gli esperti, in pratica, basterebbe anche soltanto cambiare la denominazione di alcune patologie come ad esempio la schizofrenia, per sbiadire l’alone nefasto nei confronti delle persone colpite. L’esperienza lo dimostra. Per molto tempo, non si farà fatica a ricordarlo, sono stati di uso comune termini offensivi e dispregiativi come “mongoloide” o “ritardato”. Poi, fortunatamente, grazie a un’operazione intelligente sono caduti in disuso e mai più tornati a galla (salvo in casi isolati di ignoranza e stupidità che, ahimè, difficilmente si riusciranno mai a debellare del tutto), tanto che adesso ci si riferisce a chi porta questi disagi in altro modo. Ecco, questo ha portato ad una concezione comune della malattia certamente più rispettosa, confermano gli esperti. Perché dunque non operare lo stesso cambiamento, con termini come schizofrenia? La modifica potrebbe portare beneficio ai pazienti, ai loro familiari e ai professionisti della salute mentale, spiegano. Un esempio alla prova dei fatti c’è: nel 2005 il Ministero della Salute giapponese ha eliminato la parola ͚schizofrenia͛ dal lessico psichiatrico e si è visto come questo nel tempo abbia facilitato la ricerca di aiuto e l’aderenza ai trattamenti da parte dei pazienti. Questi, più informati e consapevoli, hanno avuto un atteggiamento meno passivo e un maggiore coinvolgimento nei propri progetti di cura. Depressione, quanti equivoci I disturbi mentali più frequenti ad oggi, secondo le stime, sono i Disturbi d͛Ansia (14,0%), l’insonnia (7,0%), la Depressione clinica (6,9%), i Disturbi Somatoformi (6,3%) e la Dipendenza da alcool e sostanze stupefacenti (>4%).

Nell’elenco non sarà sfuggita l’insonnia, della quale soffre il 15% della popolazione mondiale. Già, perché, a differenza di quanto si possa pensare, questa è considerata una vera e propria malattia mentale. Gli effetti cumulativi a lungo termine causati dall͛alterazione della durata del sonno e degli altri disturbi del sonno sono associati, infatti, ad un͛ampia gamma di effetti sul sistema immunitario, endocrino e sul sistema nervoso centrale che spianano la strada ad una serie di malattie che vanno dall’obesità al diabete, dall’ipertensione all’ansia, e ancora umore depresso, abuso alcolico. Ma ad aggiudicarsi iltriste primato tra le condizioni più disabilitanti della popolazione generale, seguita da demenza, disturbi da uso di alcool e ictus è la Depressione clinica. Una condizione disabilitante, appunto, in cui pesano non poco lo stigma sociale e, soprattutto, le false credenze. In materia di depressione, infatti, forse più ancora che nell’ambito degli altri disturbi esistono ancora troppi equivoci.In particolare quelli emersi durante il corso “Le parole della psichiatria”, tenutosi a Milano con il patrocinio della Regione Lombardia sono tre: il primo è che si tratta di una condizione simile alla tristezza o demoralizzazione; il secondo, che esiste un solo tipo di depressione; il terzo, infine, che questo stato sia causato da un singolo evento. La depressione non c’entra nulla con la tristezza, non è una condizione unitaria o omogenea, visto che ne esistono diversi tipi condizionati da differenti fattori biologici, psicologici o sociali, e non è un disturbo causato da un singolo evento, ma ogni trauma interagisce con una vulnerabilità individuale, biologica e psicologica.

Temporanei momenti di demoralizzazione e sconforto possono capitare a tutti, ma sono occasionali e di breve durata. Solo quando la tristezza accresce d͛intensità tale da interferire con il funzionamento sociale, relazionale, affettivo, cognitivo e lavorativo, e perdura per un periodo di tempo lungo, si può parlare di disturbo psichico. In Italia a soffrirne sono ben 4,5 milioni di persone, ma, per via dello stigma, 4 su 5 vivono questa
condizione in completa solitudine: si chiudono a riccio e non ne parlano nemmeno col medico di famiglia, peggiorando così la propria condizione, quando invece sarebbe essenziale lavorare sulle emozioni del malato Prevenzione del disagio psichico A questo proposito è interessante ricordare la classificazione delle emozioni fatta da Ekman nel 2008 che traiamo da www.stateofmind.it. Questo psicologo americano racconta di essere stato in un remoto villaggio sulle alture della Papua Nuova Guinea per studiare gli abitanti del posto e verificare se fosse possibile riscontrare anche tra loro le stesse emozioni provate da altri popoli. La risposta appare scontata al letterato che riscontra la presenza di emozioni universali in ogni forma di letteratura, da quella tramandata oralmente ancor prima dell͛era cristiana alle tragedie greche e latine, fino a Dante, Shakespeare e via dicendo. Ovviamente non tutti possono avere una cultura classica, ma ci fa piacere dimostrare che l͛empirismo conserva un suo valore di verità. Ed ecco quindi che Ekman ci conferma che le emozioni primarie o universali sono riscontrabili in qualsiasi popolazione e sono: 1. rabbia, generata dalla frustrazione che si può manifestare attraverso l͛aggressività; 2. paura, emozione dominata dall͛istinto che ha come obiettivo la sopravvivenza del soggetto ad una situazione pericolosa; 3. tristezza, si origina a seguito di una perdita o da uno scopo non raggiunto; 4. gioia, stato d͛animo positivo di chi ritiene soddisfatti tutti i propri desideri; 5. sorpresa, si origina da un evento inaspettato, seguito da paura o gioia; 6. disprezzo, sentimento e atteggiamento di totale mancanza di stima e disdegnato rifiuto verso persone o cose, considerate prive di dignità morale o intellettuale; 7. disgusto, risposta repulsiva caratterizzata da un͛espressione facciale specifica. Le emozioni secondarie, invece, sono quelle più complesse, che hanno bisogno di più elementi esterni o pensieri eterogenei per essere attivate. Esse si sviluppano con la crescita dell͛individuo e con l͛interazione sociale.

Esse sono: – allegria, sentimento di piena e viva soddisfazione dell͛animo; – invidia, stato emozionale in cui un soggetto sente un forte desiderio di avere ciò che l͛altro possiede; – vergogna, reazione emotiva che si prova in conseguenza alla trasgressione di regole sociali; –ansia, reazione emotiva dovuta al prefigurarsi di un pericolo ipotetico, futuro e distante; – rassegnazione, disposizione d͛animo di chi accetta pazientemente un dolore, una sfortuna; – gelosia, stato emotivo che deriva dalla paura di perdere qualcosa che appartiene già al soggetto; – speranza, tendenza a ritenere che fenomeni o eventi siano gestibili e controllabili e quindi indirizzabili verso esiti sperati come migliori; – perdono, sostituzione delle emozioni negative che seguono un͛offesa percepita (es. rabbia, paura) con delle emozioni positive (es. empatia, compassione); – offesa, danno morale che si arreca a una persona con atti o con parole; – nostalgia, stato di malessere causato da un acuto desiderio di un luogo lontano, di una cosa o di una persona assente o perduta, di una situazione finita che si vorrebbe rivivere; – rimorso, stato di pena o turbamento psicologico sperimentato da chi ritiene di aver tenuto comportamenti o azioni contrari al proprio codice morale; – delusione, stato d͛animo di tristezza provocato dalla constatazione che le aspettative, le speranze coltivate non hanno riscontro nella realtà. Il commento del Direttore Prevenire il disagio psichico con le discipline naturali Senza entrare in questa sede nella diatriba tutta italiana sul fatto se sia il concetto di benessere ad inglobare quello di salute o viceversa, occorre prendere atto che da molti decenni sono disponibili ai cittadini italiani discipline e pratiche che non mirano a curare la patologia, ma a migliorare la qualità della vita, trattando tutti quei disturbi che contribuiscono al ͞male di vivere͟. È di non molto tempo fa la notizia della partecipazione dell͛Associazione Italiana Bach Foundation Registered Practitioners, consulenti certificati nel metodo originale del Dr. Edward Bach, al tavolo regionale del Lazio per la prevenzione del disagio psichico. Si tratta di un evento molto importante che è figlio del lento evolversi del concetto di salute in Italia, volto ad avere meno ͞sanitario͟ e più ͞benessere͟, come dal 1978 predica l͛OMS. Molte sono le discipline cosiddette bionaturali, concetto introdotto dalla legge regionale lombarda del 2005, che possono aiutare le persone a gestire le emozioni negative, a rilassarsi, a smaltire la rabbia, a vivere nel presente. La legge regionale lombarda ne annovera un paio di dozzine, fra cui Naturopatia, Shiatsu, Tuina, Riflessologia, Kinesiologia, Yoga, Qi Gong e Tai Chi Chuan. Tutte queste discipline sono improntate al concetto di ͞olismo͟ e tengono in alta considerazione l͛espressione e la gestione delle emozioni e sono sempre più richieste dai cittadini. Appare quindi positivo che Regione Lombardia abbia legiferato in un settore che era un far west, al fine di stabilire una formazione minima per queste discipline a tutela degli utenti. Si resta in attesa di una legge nazionale che porrebbe finalmente tutti i cittadini su uno stesso piano. Box. LA RICERCA Il rischio aumenta per chi sopravvive a un ictus Secondo i risultati di uno studio danese, pubblicato da JAMA Psychiatry, chi sopravvive a un ictus ha un probabilità otto volte maggior di essere colpita da depressione, rispetto alla popolazione normale. Comparando i dati di un gruppo di pazienti colpiti da ictus, a quelli di persone che non avevano avuto questo evento cerebro-vascolare, i ricercatori dell͛Università di Copenhagen, infatti, hanno visto che nei due anni successivi a un ictus, il 25% dei pazienti ha ricevuto diagnosi di depressione, con più della metà dei casi verificatisi nei primi tre mesi, mentre solo a poco meno dell͛8% dei soggetti non affetti da questa condizione è stata fatta una diagnosi simile. A conti fatti, in pratica, durante i due anni di follow-up della ricerca circa 34.000 di sopravvissuti a ictus hanno ricevuto la diagnosi di depressione mentre solo 11.000 di persone non colpite. I ricercatori hanno esaminato anche il modo in cui la depressione ha influenzato la sopravvivenza, evidenziando che per i sopravvissuti, la depressione comportava ll͛89% in più delle possibilità di decesso.

“Un sopravvissuto su tre soffre di una qualche forma di depressione e che ciò influisce negativamente sulla ripresa e aumenta il rischio di ictus ricorrente, di altri gravi eventi cardiovascolari e decesso͟ ha detto Craig Anderson, direttore esecutivo presso il George Institute for Global Health dell͛Università di Sydney. ͞Sappiamo che la depressione è difficile da diagnosticare visto che i pazienti hanno problemi con la parola e la memoria, oltre a una disabilità fisica, e non si conosce con certezza come gestire al meglio la condizione, ma i risultati suggeriscono che medici, pazienti e famiglie dovrebbero essere più vigili sulla comparsa di depressione e altri disturbi dell͛umore dopo un ictus”.
Le parole: il farmaco con il più alto grado di successo La mente umana è tra i sistemi più complessi esistenti. Un mistero meraviglioso che ancora la scienza deve cercare di comprendere e spiegare del tutto. Di certo finora si sa però che le parole e i pensieri ne costituiscono il suo nutrimento, sono in grado di ammalarla, trascinando nella patologia anche il corpo e, per proprietà inversa, anche di curarla (e di curarci), in misura diversa, a seconda dei casi. Secondo la Psiconeuroimmoendocrinologia, la branca che studia la mente e il corpo come un͛unità complessa e sistemica, infatti, ciò che è meglio noto come “effetto nocebo” ed “effetto placebo” è in grado in grado di determinare lo stato di salute, anche più dei farmaci. “I pensieri- spiegano gli esperti- determinano uno stato di essere che a sua volta, produce una serie di azioni che finiscono per diventare abitudini. E sono proprio queste a portare, a lungo andare, degli effetti positivi o negativi sulla nostra salute”.Le parole insomma sono i farmaci più potenti, in grado di ammalare e guarire. Se ad esempio frasi vaghe come ͞Provi questa medicina e vedremo cosa succede” oppure, “di cosa può trattarsi glielo dirò dopo͟, lasciano aperto a chi ci ascolta un mondo di interpretazioni, e da qui aprono le porte all’ansia, una comunicazione equilibrata, strategica e positiva, attiva al contrario un dialogo risanatore efficace e terapeutico. A maggior ragione, è facile immaginare cosa potenzialmente le parole possono far scattare a chi è portatore di disagio psichico e fa i conti con degli inceppati meccanismi della mente. Per attivare con i pazienti la comunicazione giusta e innescare l’effetto placebo non ci sono frasi fatte, spiegano gli esperti, ma delle linee guida da seguire, sicuramente sì: è essenziale, ad esempio, che come per ogni paziente la comunicazione sia s diretta, chiara e coerente, e quindi che ci sia congruenza rispetto a quella non verbale e che il paziente riveda nel medico una persona capace di prendersi cura del suo stato, in modo sincero, professionale e amorevole, cioè, in altre parole che ne intercetti l͛aspetto umano.

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Vera Paola Termali

Giornalista scientifica, direttore responsabile di Medicina di Frontiera

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