Medicina di frontiera e Dante

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Medicina di frontiera non è soltanto medicina d’avanguardia. Medicina di frontiera declina il concetto in tutte le sue accezioni, perché ogni volta che l’uomo si spinge oltre, si allontana dal noto verso l’ignoto, ecco che le sue certezze vacillano, le regole cambiano, nel suo incontro con l’altro, il diverso, lo sconosciuto, il nulla, il precipizio sul bordo del quale ad un tratto può trovarsi.

Ed ecco che la frontiera diviene limite, termine, confine, necessità di fermarsi e non andare oltre, porta da aprire poco alla volta o tutto d’un colpo. Vado? Mi fermo? Torno indietro? Mi butto? Temporeggio? Mi ritraggo? La frontiera pone domande, fa nascere dubbi, sempre: quando la immagini, quando la varchi, quando non sai più in che direzione andare, quando perdi i punti di riferimento.

La frontiera come regione di confine, di scambio, campo d’azione e di scontro fra forze convergenti o divergenti, territorio che va verso l’altro o si protegge dall’altro, frontiere da varcare per aprirsi, paletti di confine per chiudersi, per includere o per escludere, limite, termine, luogo di transizione e contaminazione culturale, frontiera come contiguità al diverso, frontiera come acquisizione del diverso, frontiera che, una volta varcata, ti cambia.

Medicina di frontiera come territorio di confine della mente, in cui osare immaginare altri territori di speculazione, isole che non ci sono o forse si, utopie da costruire, sogni da realizzare, luogo in cui spazia la ricerca che parte dall’anima, dall’eterna sete di sapere dell’essere umano, dal desiderio di mettersi alla prova, di sfidare il bene e il male, lasciare la casa del padre, scegliere il sentiero mai percorso per tracciare una nuova via, la propria.

E con questo spirito immaginare il Congresso di Medicina di Frontiera (Lago di Montecolombo Rimini, 7 e 8 settembre) come coffa dallre cosciente della sua finitezza, del suo non essere divino, di potere molto, ma non tutto.

……. ali al folle volo

“O frati”, dissi “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente,
non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.

Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;

e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.

Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte e ‘l nostro tanto basso,
che non surgea fuor del marin suolo.

Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che ‘ntrati eravam ne l’alto passo,

quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avea alcuna.

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto,
ché de la nova terra un turbo nacque,
e percosse del legno il primo canto.

Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,

infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso”.

Dante, Commedia, Inferno XXVI

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Vera Paola Termali

Giornalista scientifica, direttore responsabile di Medicina di Frontiera

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