Immunoncologia

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Quello che c’è da sapere sulla nuova frontiera nella battaglia contro il cancro

Congresso dopo congresso, non si fa che confermare quanto già è in atto da tempo: ovvero la rivoluzione contro il cancro che passa attraverso il sistema immunitario. Dopo essersi dimostrata efficace contro i melanomi e il cancro al polmone, l’immunoncologia, infatti, dati alla mano incassa vittorie anche contro il tumore del rene, i tumori del sangue e quello al seno. Che, detto in altre parole, equivale a dire che il grosso e complesso capitolo dell’oncologia, pieno di nomi complicati, speranze e illusioni, di ricerche complesse ed enormi pesi emotivi, si è ufficialmente arricchitodi un’altra pagina, dando nuova speranza a chi combatte questi mali.

Per capire come agisce e perchè viene definita questa la strada furba contro il cancro, però, bisogna fare un passo indietro e cominciare dal tumore che, volendo semplificare al massimo, si definisce un insieme di cellule impazzite che proliferano incontrollate dentro l’organismo, danneggiando, man mano, i tessuti sani che incontrano. La ricerca contro il cancro inizialmenten puntò molto sulla chemioterapia, sviluppando farmaci chimici in grado di uccidere le cellule tumorali, ma nonostante alcuni importanti successi apparse presto evidente che questa terapia non uccideva soltanto le cellule tumorali, ma anche quelle sane, provocando effetti collaterali anche pesanti e un’efficacia via via minore. Poi, con l’avanzamento delle conoscenze sulle alterazioni genetiche delle cellule tumorali, si svilupparono i cosiddetti farmaci ͞  “intelligenti”͟, chiamati così perché non uccidono indiscriminatamente tutte le cellule, ma sono indirizzati prevalentemente alle cellule tumorali. Ma anche in questo caso emersero presto dei limiti: infatti, anche i tumori inizialmente sensibili alle terapie con questi farmaci, con il tempo diventavano resistenti a causa della straordinaria capacità delle cellule tumorali di mutare continuamente e di nascondersi sotto un mantello di invisibilità. A squarciarlo ormai da qualche anno però è l’immunoncologia o oncoimmunoterapia che dir si voglia, la prima strada che ha smesso di puntare sulle cellule malate per cambiare rotta e mirare al sistema immunitario. Come? Aumentando la sua capacità di riconoscere le cellule tumorali, mutanti e sfuggenti e inibendo il freno che impedisce loro di colpirle.

«I primi studi immunoterapici risalgono circa agli anni 80, quando cominciò a farsi strada l’idea che il sistema immunitario potesse avere un ruolo nell’arrestare la proliferazione delle cellule tumorali» spiega il dottor Samorindo Peci. «Tuttavia i primi risultati clinici furono modesti rispetto alle attese e per un po’ vennero accantonati. Fino al 2000 circa, dunque, la ricerca sul cancro tornò a focalizzarsi sulle caratteristiche della cellula tumorale e sulle anomalie che presentava rispetto alle cellule normali. Poi, invece, man mano si tornò a riprendere in considerazione l’idea di spostare l’attenzione sull’habitat delle cellule malate, cioè sull’ambiente grazie al quale crescono e proliferano e quindi sul sistema immunitario. Da lì, seguirono le prime sperimentazioni dei nuovi farmaci immunoterapici».

Il primo in assoluto dei farmaci sperimentati fu l’ipilimumab, farmaco considerato infatti apripista dell’immunoterapia. La molecola venne somministrata inizialmente per combattere i melanomi, più letali e insidiosi tumori della pelle guadagnando successi insperati: il 60% dei pazienti sottoposti a questo trattamento registrò infatti una regressione del tumore e il 20-30 % è vivo (e sano), dopo oltre 5 anni. «Già dal 2014 la molecola è infatti, trattamento di prima linea per i pazienti colpiti da melanoma in stadio avanzato» spiega lo specialista.

Da lì l’immunoncologia affilò le sue armi, allargando sempre più i campi di applicazione. Oggi sappiamo che è efficace contro il cancro al polmone grazie ad un altro dei farmaci immunologici di punta: il nivolumab, oggi approvato in Italia come terapia di seconda linea contro il cosiddetto tumore dei fumatori e da qualche giorno rimborsabile, grazie all’approvazione dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). Secondo i dati, un paziente su 5 sottoposto a trattamento è vivo a 3 anni dalla diagnosi. La straordinarietà della molecola è il suo meccanismo d’azione: il nivolumab è un recettore anti Pd

-1, una sigla che sta per programmed death 1 e che rappresenta un checkpoint immunitario, ovvero una specie di posto di blocco che le cellule tumorali sfruttano per inattivare i linfociti T* e non essere colpite.Attaccando la Pd-1, molecola responsabile dell’ inibizione dei linfociti T, in partica il farmaco è in grado di riattivare il sistema immunitario e, per così dire, di rieducarlo a tenere sotto controllo la neoplasia. Questa terapia, non a caso ha ricevuto la designazione di “terapia fortemente innovativa per il trattamento dei pazienti” da parte dell’Fda, l’ente regolatorio per i farmaci statunitense, e dell’ EMA (ente regolatorio europeo).

Non da meno sono stati i risultati in campo riportati sul fronte del tumore del rene. Lo stesso farmaco ha dimostrato, infatti, di ridurre il rischio di morte del 27% rispetto alla terapia standard. Dallo studio CheckMate -025, presentato recentemente al congresso europeo sul cancro, a Vienna, è emerso che i pazienti con carcinoma renale, ovvero il tipo di tumore del rene più comune negli adulti, trattati con nivolumab hanno riportato una sopravvivenza media pari a 25 mesi, rispetto ai 19,6 mesi di quelli trattati con il farmaco principale della terapia standard.

Altro farmaco immunologico che ha animato la comunità scientifica è stato poi l’elotuzumab, una molecola che, a differenza delle precedenti, funziona come un acceleratore che stimola i linfociti a combattere la malattia. Grazie a questo farmaco, stando ai dati riportati, si è riusciti ad esempio a rallentare la progressione del mieloma multiplo in circa il 44% dei pazienti sottoposti a trattamento. Inoltre è emersa anche una migliore adesione alle cure da parte dei pazienti, per questo oggi la quasi totalità degli ematologi italiani (ben il 96% secondo i recenti sondaggi) ritiene che l’immuno-oncologia rappresenterà un trattamento cardine.

Ma non solo, l’oncoimmunologia oggi è sotto la lente degli esperti anche per quanto riguarda la sua azione contro altri tipi di tumore, come quello al colon retto, grazie alla somministrazione di Pembrolizumab, un farmaco immunologico che ha fatto registrare una riduzione della massa tumorale nel 62% dei pazienti, e soprattutto contro il tumore al seno, probabilmente il più temuto tra i tumori femminili. I dati più rilevanti, al momento, sono stati riportati con nivolumab, pembrolizumab e avelumab. Sono già stati condotti diversi studi su pazienti con tumore mammario triplo negativo (uno dei piùdifficili da trattare) e una percentuale di queste ha risposto bene. Va detto, a onor di cronaca, che non si tratta di un numero elevati di casi, ma il dato è comunque ritenuto importante dagli esperti perché le pazienti sottoposte a trattamento non avevano minimamente risposto alle chemioterapie disponibili, ed è quindi già un successo che alcune di loro lo abbiano fatto con i farmaci immunoterapici. Inoltre, laddove si è ottenuta una risposta, questa è stata estremamente duratura.

Efficace contro i tumori più aggressivi, a lungo termine

Oltre ai successi in termini di regressione della malattia, la terapia che punta al sistema immunitario ha incassato risultati importanti anche da altri punti di vista: si è dimostrata efficace contro i tumori più aggressivi, cioè quelli più mutati o più capaci di mutare, e quindi più difficili da trattare con le terapie oncologiche standard, e si è dimostrata duratura. Cioè la terapia immunoncologica fa sì che il sistema immunitario diventi capace di controllare il tumore anche per 10 anni. D’altro canto, il rovescio della medaglia esiste e riguarda soprattutto i tempi dei risultati dei che non sono immediati. Non agendo direttamente sul problema, alias sulle cellule cancerose, infatti, possono trascorrere anche mesi prima che si possa evidenziare radiologicamente una risposta. Inoltre, gli effetti collaterali non mancano: si tratta principalmente di disturbi legati al meccanismo d’ azione base della terapia, cioè derivati dall’ iperattività del sistema immunitario che può finire per attaccare anche le cellule normali, che non vengono riconosciute più come tali. Per questa ragione, seppur non esistono controindicazioni assolute per la terapia immuno-oncologica, viene fatta maggiore attenzione con i pazienti che presentano malattie autoimmuni come l’ artrite reumatoide, la psoriasi o l’epatite, perché in presenza di disturbi al sistema immunitario, la tollerabilità può essere meno buona. Ma la ricerca va avanti anche per cercare soluzioni a questi e altri limiti.

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Giornalista free lance, capo redattrice

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