Il medico davanti al paziente: un’idra o una chimera?

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Il breve racconto di una sera a cena… In omaggio a Carlo Urbani, uno dei tanti colleghi a cui penso spesso e a cui devo riconoscenza per avermi rinfuso la speranza da “invictus”

Ero a cena con alcuni amici, e come spesso accade, purtroppo, si parlava di “malasanità”, termine ormai tristemente inflazionato e sinonimo di “cattivo medico”. Così, con la rabbia e il dolore (che aggravano l’esofagite da Nero d’Avola), insorgo contro il luogo comune e chiedo ai miei commensali se qualcuno ricorda ancora quel collega medico che nel marzo 2003 perse la vita dopo aver contratto la SARS ad Hanoi da un paziente. No, nessuno ricordava. Quel collega si chiamava Carlo Urbani, ed è a lui che dedico la mia riflessione in questa pagina nata da una domanda che mi tocca da vicino: perché attorno al rapporto medico-paziente e medico-collettività si sono creati tanti malintesi e preconcetti? Come ci vorrebbero i pazienti e come, invece, ci costringono a essere gli amministratori del servizio sanitario? Certamente per colpa di alcune pecore nere si è gettato fango sulla categoria e, purtroppo, si sa: una fiala di veleno inquina tutto uno stagno.

Eppure, io penso che ci sia decisamente qualcosa di più, che trascende il gusto della notizia che certo giornalismo scandalistico ricerca, qualcosa di più profondo per cui siamo in costante imbarazzo con ciò che nel nostro immaginario viene evocato dalla figura del medico. Chi siamo noi che professiamo tale vocazione? A questo punto, mi viene in mente l’immagine di medico polivalente: tecnologico ma umano, informatico ma manualmente destro, super efficiente ma calmo. Insomma, una specie di chimera, il mostro mitologico fatto con le parti di animali diversi, mentre lo avrei voluto dipingere piuttosto come un’idra, quel mostro a nove teste a forma di serpente, come simbolo dell’unione di tante teste collaboranti all’unisono per il paziente da curare.

 

Ma torniamo al rapporto medico/paziente oggi, così inquinato, cercando però di risalire alle origini, prima delle contaminazioni medico-legali rivendicative da un lato, e medico-legali difensive conseguenti, cercando invece di tornare alle nostre motivazioni iniziali. Allora, facendo questo passo indietro, ci accorgeremo con stupore che tale relazione, anche depurata, non è necessariamente “sana” o meglio, non si basa su uno stato di equilibrio fra persone, bensì su un rapporto impari in cui il paziente (bisognoso) si rivolge ad un sano (medico) per chiedere aiuto. Ma i medici sono persone come tutti, per nulla immuni dalle malattie: anche i medici, infatti, da curanti possono diventare in qualsiasi momento pazienti, una consapevolezza questa, che fa scattare meccanismi di paura e che ci porta, anche inconsciamente, in empatia con l’ansia del paziente, con il rischio così di renderci perfino inefficienti come medici. In più, continuando la nostra analisi, bisogna considerare un altro elemento che complica ulteriormente questo rapporto così delicato e complesso: il contesto in cui medico e paziente si incontrano, cioè le Asl.

Personalmente come primario che sta a metà tra la direzione aziendale e gli utenti, penso a questo riguardo che se l’aziendalizzazione ha portato sicuramente ad un miglioramento dell’efficienza delle strutture ospedaliere che erano alla bancarotta gestionale, è anche indiscutibile che come ogni sistema ad alta complessità, essa richiede una gestione assolutamente non facile. In più l’azienda ospedaliera ha una peculiarità: gli operatori non sono e non devono essere completamente gestibili, ma devono conservare la propria autonomia professionale, di scienza e coscienza, che ha come corollario indispensabile la responsabilità del medico verso la collettività che a lui affida la propria salute, dandogli carta bianca su come indirizzare le risorse. Bisogna considerare però che il medico non sempre può scegliere: l’unica scelta logica sarebbe, infatti, quella di dare a tutti i pazienti la cura migliore, nei tempi più brevi possibili e nei luoghi di eccellenza, ma contestualizzando questo desiderio in un paese con la nostra situazione finanziaria e con una gestione politica della spesa sanitaria dove imperano i tagli, si capisce subito che una tale posizione è un’utopia. Come conciliare allora?

Personalmente ritengo, che per prima cosa questo vada fatto tagliando gli sprechi e ottimizzando i sistemi ancora più di quanto non si stia cercando di fare, e in secondo luogo guidando chi fa le scelte con pareri tecnici, evidenze scientifiche, esperienze già percorse. Una bella rivoluzione, insomma, specialmente di mentalità: e dunque la più difficile da attuarsi…E come spiegare tutto questo ai miei commensali di quella sera a cena e soprattutto al resto del mondo? Come spiegare le difficoltà enormi che in realtà affrontiamo ogni giorno? Le ore di lavoro straordinario non pagato, la mancanza di supporto logistico-tecnologico, i salti mortali che compiamo per aumentare la sicurezza e la gestione del rischio? Come spiegare, e come ricordare a tutti che oltre a quelle “pecore nere” che fanno tanto parlare di malasanità, ci sono moltissimi uomini che ogni giorno fanno miracoli, salvano vite, e che non guardano l’orologio, per servire i propri pazienti? Uomini come Carlo Urbani e come tanti di cui non ricorderemo il nome, ma di cuialmeno un paziente serberà un grato ricordo.

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Concetto Battiato

MD, Clinica Ortopedica e Traumatologica, Asur Marche Area Vasta 5, Ascoli Piceno, Italia

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