L’Antibiotico-resistenza fa paura al mondo

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La filiera dannosa dall’uomo all’animale e dall’animale all’uomo.
Come intervenire, secondo gli esperti

Sono considerati una delle scoperte mediche più rivoluzionarie del XX secolo, dalla seconda guerra mondiale in poi hanno salvato milioni di vite ma, anno dopo anno, gli antibiotici perdono efficacia.
Il fenomeno dell’antibiotico-resistenza, con cui si intende la capacità di un microrganismo a resistere agli antibiotici, è un dato di fatto già da tempo e in parte era anche previsto: lo sviluppo della resistenza è un normale processo evolutivo e già nel 1945 lo scopritore della penicillina, Alexander Fleming, durante il suo discorso alla cerimonia del Nobel, aveva avvertito che i microrganismi avrebbero potuto sviluppare resistenza.
Ma oggi la questione mondiale, non certo solo di casa nostra, è cresciuta fino a diventare un problema drammatico e non può più essere ignorata.
Sempre più specie di batteri, infatti, hanno imparato a resistere all’azione di quegli stessi farmaci messi a punto per combatterli, così oggi ci ritroviamo disarmati rispetto ad alcuni tipi di infezioni, e non stiamo parlando di chissà quali: anche per una normale cistite nel nostro Paese spesso non bastano più i comuni farmaci, ma bisogna ricorre a molecole più vecchie che erano state abbandonate nella pratica clinica ma che, per fortuna, sono ancora efficaci verso i batteri che hanno acquisito resistenze agli antibiotici. In altri casi, invece, non bastano più nemmeno quelli ed è necessario ricorrere ad antibiotici iniettabili o ai cosiddetti salvavita, come i carbapenemi o la colistina, farmaci più tossici, effettuabili solo presso centri specializzati, che costituiscono di fatto l’ultima spiaggia. In pratica, se si diffondesse la resistenza anche a questi, cosa che peraltro in parte è già realtà, non rimarrebbe più alternativa.
L’Oms, infatti, lo ha detto senza mezzi termini nel primo Rapporto globale sulla resistenza antimicrobica: se non si corre ai ripari la situazione potrebbe aggravarsi fino a un punto di non ritorno.

Un rischio grave che ha richiesto la mobilitazione di governi e istituzioni sovranazionali per avviare dei programmi di sorveglianza e piani di azione globali praticamente ovunque: negli USA è stato direttamente il presidente Barack Obama a illustrare il piano d’azione con gli obiettivi da raggiungere entro il 2020 mentre in Italia si è portato il tema tra i prioritari del Piano Nazionale della Prevenzione 2014-2018.

Le conseguenze del fenomeno

In un mondo in cui gli antibiotici non sono più efficaci, lo scenario è a dir poco apocalittico. Se già oggi In Europa si verificano 4 milioni di infezioni da germi antibiotico-resistenti all’anno, che causano oltre 37 mila decessi, secondo le stime dell’OMS queste infezioni potrebbero essere la principale causa di morte nel 2050. Anzi, per la precisione, i dati parlano di oltre 10 milioni di vite all’anno a partire da questa data che, a conti fatti, è più dei decessi che si verificano ogni anno per cancro.
D’altronde è facile immaginare come non arrestare il fenomeno e lasciare che sempre più ceppi di batteri diventino refrattari all’azione degli antibiotici, possa mettere a repentaglio tutte le procedure mediche e chirurgiche, dai trapianti alla chemioterapia, dagli interventi alle banali infezioni.

In Italia è abuso di farmaci

La prima domanda, però, a questo punto sorge spontanea: ma come si è potuto arrivare a questo punto, specialmente se il fenomeno era prevedibile? E, come spesso accade, la risposta non è una sola.
Tra le cause principali è l’impiego scorretto e improprio degli antibiotici che si è fatto un po’ in tutti i paesi, ma soprattutto in Italia, che risulta in prima fila tra le nazioni europee per gli elevati livelli di consumo di antibiotici.
Qualche esempio? Spesso vi si ricorre per trattare infezioni virali, contro le quali invece gli antibiotici non possono avere alcuna utilità oppure li si assume in modo diverso dalle prescrizioni, a dosi inferiori o per un tempo differente da quello raccomandato o, peggio ancora, vi si ricorre per mera prevenzione.
Il ministero della Salute ha paragonato l’uso eccessivo e scorretto degli antibiotici ad una lampadina sempre accesa, anche durante il giorno: un uso così intenso provoca l’esaurimento precoce della lampadina che cessa di funzionare quando arriva il buio, cioè proprio quando servirebbe di più.

Il circolo vizioso dall’animale all’uomo

Altra pratica accusata di aver determinato un aumento di batteri resistenti agli antibiotici è quella di trattare gli animali da allevamento con dosi massicce di antibiotici per favorire la loro crescita ed evitare che contraggano malattie. Un problema che in Italia riguarda in particolar modo il pollame.
Quello che emerge a chiare lettere è un circolo vizioso: gli animali sono “rimpinzati” di antibiotici e l’uomo che si nutre di questi non può non esserne danneggiato.
«Il benessere animale è strettamente legato alla somministrazione eccessiva di antibiotici agli animali che si riverbera sull’assunzione indesiderata di antibiotici negli umani che si cibano delle loro carni» spiega la dottoressa Vera Paola Termali.
«Al di là delle scelte etiche individuali circa il consumo di carne, dovrebbe essere interesse di tutti che gli animali di cui ci cibiamo siano sani e trattati secondo il famoso “patentino europeo del benessere animale”. Se poi però le attuali regole per la zootecnia comportano comunque, come dicono gli ultimi studi, un serio pericolo per la salute umana, allora è proprio ora di mettere mano a qualcosa di più innovativo di quanto previsto dalle normative, che stranamente indicano l’uso di decine di composti chimici, ma non di un disinfettante naturale come l’ozono.

I benefici che possono derivare dell’ozono

Noi di Cerifos studiamo da anni l’utilizzo dell’ozono, la versione triatomica dell’ossigeno, per il trattamento dell’aria e dell’acqua per la salute dell’uomo. Soprattutto negli allevamenti del Nord-Europa l’ozono è usato da decenni in tutta la filiera della produzione di carne.
Magari il consumatore compra carne di polli “allevati a terra” e li immagina liberi e felici zampettare all’aperto. La realtà della zootecnia è invece sempre l’allevamento intensivo, dove la promiscuità è di per sé fonte di malattia: aria malsana con scarso ricambio che favorisce le malattie delle vie aeree e quelle trasmesse dalle deiezioni come bronchite, influenza aviaria, salmonellosi, infezioni da stafilococco.
Inoltre in queste condizioni gli animali sono stressati e anche sotto il profilo economico, dato dal rapporto fra dose di cibo e accrescimento di peso, all’allevatore conviene di più investire in antibiotici. “Conviene” perché ignora che con un impianto per la produzione di ozono otterrebbe economicità e salute, degli animali e delle persone che se ne cibano» commenta la dottoressa Termali.
L’ozono, che viene prodotto dall’aria e si ritrasforma in ossigeno in breve tempo, ha la capacità di eliminare batteri, virus e funghi, di ossidare cioè tutti i composti organici. Inoltre l’ozono è a impatto ambientale zero, in quanto non produce residui tossici e non emana esalazioni che rendono difficile la vita delle persone che abitano vicino agli allevamenti.

Ozonizzando l’aria dei locali di allevamento la disinfezione risulta continua e quindi più accurata, perché non è necessario spostare gli animali durante il trattamento. Ovviamente bisogna affidarsi ad aziende qualificate, perché l’ozono, quando è troppo concentrato, è tossico per inalazione e l’erogazione deve essere tarata sul numero di animali presenti.
Se pensiamo ai polli, l’ozono viene usato sia per la fase di raccolta delle uova, per la disinfezione dei contenitori sia per le fasi di incubazione per la produzione di pulcini.
Con lo stesso ozonizzatore possiamo trattare l’acqua sia per darla da bere agli animali, sia per lavare loro, il pavimento, gli strumenti che vengono utilizzati, i recinti. Esistono impianti in linea e anche ad accumulo.
L’assunzione di acqua ozonata sanifica tutto l’apparato digerente degli animali e, aumentando il microcircolo, altra peculiarità dell’ozono, migliora la salute e incrementa il metabolismo dell’animale, aumentando il suo potenziale di accrescimento.

Non bisogna però scordare che l’Italia importa via nave i cereali destinati al consumo animale e che questi, per superare il lungo viaggio in ambiente caldo e umido, devono venir trattati con dosi massicce di antibiotici e anticrittogamici. Quindi l’attacco degli antibiotici all’animale proviene da più parti e tutto finisce sulle nostre tavole, contribuendo a creare in noi la terribile antibioticoresistenza che ci fa prefigurare un futuro in cui uno starnuto sarà vissuto come il contatto con un appestato.
Per rispetto al pianeta dobbiamo anche ricordare che gli umani sembrano essere i consumatori finali di questa filiera, ma non è così, perché i nostri residui vanno ad inquinare le falde acquifere, fiumi e mari, creando un avvelenamento di ritorno. Non posso non ricordare per concludere che anche noi a casa nostra possiamo lavare gli alimenti con acqua ozonata, assicurandoci così un cibo più sano possibili»

Anche la ricerca va lenta

Anche la lentezza con cui sono state scoperte nuove molecole ha pesato non poco. Basti pensare che l’ultima classe di antibiotici scoperta risale agli anni Ottanta e l’ultimo prodotto commercializzato in Europa data 2012.
Il motivo? In parte (come è facile immaginare) è da ricondursi a questioni di interesse economico: le aziende farmaceutiche negli ultimi anni hanno concentrato i loro sforzi soprattutto sulle malattie, per così dire di nicchia, sviluppando cure rivolte a contrastare le malattie croniche nel campo dell’oncologia, della virologia e della reumatologia, a scapito di farmaci che si usano per cicli terapeutici di giorni o settimane come gli antibiotici. Fortunatamente però oggi qualcosa si sta muovendo: stando agli ultimi dati saranno a breve in commercio antibiotici attivi verso le due principali famiglie di batteri esistenti: i Gram negativi e Gram positivi.
Alcuni, come il Ceftobiprolo, il Tedizolid e la Dalvabancina, sono stati messi a punto per combattere le infezioni polmonari e della cute e tessuti molli causate da Gram positivi; altri, come il Ceftazidime-avibactam ed il Ceftolozano-tazobactam, sono attivi contro i batteri Gram-negativi e rappresentano l’ultima speranza per il trattamento di batteri come la Klebsiella pneumoniae, che al momento è considerata la maggiore emergenza e dovrebbero essere disponibili a breve.

L’identikit dei batteri che hanno sviluppato più antibiotico-resistenza

In cima alla lista dei “sorvegliati speciali” sono gli enterobatteri Gram negativi come la Klebsiella Pneumoniae che ha una resistenza di oltre il 50%, ovvero è refrattaria alla metà dei farmaci esistenti.
Si tratta di un batterio che può causare infezioni del tratto urinario, polmoniti e infezioni del sangue, provocando in molti casi dei veri e propri shock settici che possono essere anche letali
Seconda è l’Escherichia Coli, uno dei batteri più rappresentativi e diffusi della flora batterica intestinale: solo alcuni ceppi di questo batterio causano infezione, ma quando uno di questi passa alle vie urinarie può provocare anche setticemie gravi a volte molto difficili da curare visto che questo batterio ha sviluppato resistenze nei confronti di molti tra gli antibiotici che abbiamo a disposizione.
Altri batteri Gram negativi oggi diventati resistenti all’azione dei farmaci sono l’Acinetobacter baumannii, che può colonizzare anche per settimane gli ambienti ospedalieri e lo Pseudomonas aeruginosa che può provocare polmoniti ad alto rischio specialmente nei reparti di terapia intensiva.
Anche nella famiglia dei batteri Gram positivi alcune specie sono diventate resistenti all’azione degli antibiotici. Uno di quelli che preoccupa di più è lo Stafilococco aureo, un batterio che colpisce cute, tessuti molli, articolazioni e polmoni.
Secondo i dati del Centro Europeo per il Controllo delle Malattie Infettive, attualmente l’infezione da Stafilococco aureo (detto meticillino-resistente o MRSA) colpisce oltre 150 mila pazienti ogni anno solo in Europa, e anche in Italia costituisce una minaccia dove, insieme alla Klebsiella, è talmente diffuso da essere considerato endemico, cioè presente sempre e non solo in alcuni periodi di tempo limitati.
Nel nostro Paese la resistenza dello Stafilococco aureo verso la maggior parte degli antibiotici è di circa del 33%. Fino a qualche anno fa le percentuali erano ancora più alte, arrivavano circa al 42%, per cui oggi possiamo dire che il fenomeno si va ridimensionando, ma bisogna fare ancora molto lavoro per seguire l’esempio di paesi più virtuosi come l’Olanda, in cui la resistenza è da tempo ormai dell’0,9% o l’Inghilterra, che dal 44% è arrivata in 4 anni all’11,3% di resistenza.                            Un altro pericolo è rappresentato dallo Streptococco pneumoniae, il maggiore responsabile delle polmoniti contratte in ospedale. La sua virulenza non sempre è elevata ma può dare luogo sia a malattie non invasive come otite congiuntivite, sinusite, che a infezioni importanti come la meningite, la sepsi* o la polmonite.

Quali soluzioni?

Nel nostro Paese, attualmente, la resistenza verso la maggior parte degli antibiotici è di circa il 33%. Fino a qualche anno fa le percentuali erano ancora più alte, arrivavano circa al 42%, per cui possiamo dire che il fenomeno si va già ridimensionando, ma bisogna fare ancora molto lavoro per seguire l’esempio di paesi più virtuosi come l’Olanda, in cui la resistenza è allo 0,9% o l’Inghilterra, che dal 44% è arrivata in 4 anni all’11,3% di resistenza.
Per mettere sotto scacco il fenomeno e seguire questi esempi virtuosi, secondo gli esperti, le soluzioni camminano su più binari

Gli enti istituzionali e la classe medica                                                                                                               È prioritario promuovere l’informazione tra gli operatori sanitari sull’uso corretto degli antibiotici

Nelle nostre mani                                                                                                                                         Anche i cittadini/pazienti possono fare la loro parte. Come? Non optare mai per il fai da te e attenersi alle dosi prescritte e ai tempi stabiliti, senza abusarne

Intervenire sugli allevamenti                                                                                                                          Entro poco tempo dovrebbero essere emanate dall’Ue le regole che stabiliscono i tetti massimi sulle dosi di antibiotici che possono essere somministrate agli animali per evitare che contraggano malattie.
Le associazioni di categoria, inoltre, si stanno impegnando a promuovere l’informazione tra gli allevatori sull’uso degli antibiotici per diffondere una maggiore consapevolezza sul fenomeno e sulle sue conseguenze

Più spinta alla ricerca                                                                                                                                       Nel campo della ricerca le cose si stanno già muovendo. Saranno a breve in commercio antibiotici attivi verso le due principali famiglie di batteri esistenti: i Gram negativi e i Gram positivi.
Alcuni, come il Ceftobiprolo, il Tedizolid e la Dalvabancina, sono stati messi a punto per combattere le infezioni polmonari e della cute e tessuti molli causate da Gram positivi; altri, come il Ceftazidime-avibactam ed il Ceftolozano-tazobactam, sono attivi contro i batteri Gram-negativi e rappresentano l’ultima speranza per il trattamento di batteri come la Klebsiella pneumoniae.

 

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Giornalista free lance, capo redattrice

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